

CLELIA LA GIOIA
"WAITHING" - Esposizione Personale
DAL 2 AL 7 AGOSTO 2011
Apertura: tutti i giorni dalle 16.00 alle 22.00 - ingresso libero
Terracina -Centro Storico- Sala "Marie Renè De Blanchere"
Presentazione a cura di Martina Nardacci (storica dell'arte)
Waithing ovvero "wait thing"....attendere cosa. Un gioco di parole con il quale si è tentato di dare un nome a quel frangente di tempo in cui tutto sembra fermo mentre si attende qualcosa e ci chiediamo "cosa stiamo attendendo?". E se ciò che stiamo aspettando, in realtà stesse già accadendo?
È questo il filo conduttore di questo nuovo appuntamento con l'artista latinense, Clelia La Gioia, ospitato dallo scorso martedì presso la Sala "Marie Renè De Blanchere" nel Centro Storico di Terracina. < Vorrei focalizzare l'attenzione - ha esordito la Storica dell'Arte, Martina Nardacci -
immediatamente nell'essenza più profonda della Personale parlando di "sguardo dell'attesa"
Tutti i filosofi, gli storici dell'arte e i professori universitari insegnano che in materia di storia dell'arte e, soprattutto, di storia dell'arte contemporanea, il senso non è mai dato, il cerchio non è mai chiuso, l'interpretazione (perché non si può parlare di "spiegazione") è sempre aperta e mai definitiva. In letteratura ricordiamo Vladimiro e Estragone, i due protagonisti di "Aspettando Godot "di Samuel Beckett che ripetono, durante tutta la pièce teatrale:
"Andiamocene"
"Non si può"
"Perché?"
"Aspettiamo Godot"
"Già, è vero"
Ma chi sia Godot non si sa e, alla fine, non arriva mai.
E' un po' quello che Clelia La Gioia ha voluto comunicare con la sua personale. Un apparente teatro dell'assurdo che, in realtà, è l'immagine della nostra condizione umana.
Che cosa aspettiamo? Chi ce lo può dire? L'artista non può dare delle risposte e neanche può spiegare ciò che ci offre in immagini o, più precisamente, in emozioni.
Quello che un artista autentico sa fare - ha argomentato la storica Nardacci - è guardare e scrutare meglio di noi spettatori, intuire quello che rappresenta la nostra attesa di qualcosa, intuire l'essenza di quel qualcosa e trasmettercene l'idea, la traccia sensibile ed emozionale. Poi siamo noi che dobbiamo interpretare, se vogliamo, e continuare il suo lavoro, ma dimentichiamoci che questo processo sia finito, scordiamoci di giungere ad una spiegazione finale ed evitiamo di pronunciare quella frase, irritante tanto per chi fa quanto per chi fruisce l'arte, che spesso viene pronunciata davanti le opere: "ma che cosa significa?".
Un'opera non significa, un'opera comunica. E la comunicazione è aperta. L'opera stessa, come scriveva Umberto Eco in un celebre saggio, è aperta.
Noi non siamo nessuno per chiuderla, anzi, abbiamo il dovere di arricchirla con le nostre interpretazioni, infinite e aperte a loro volta, se davvero apprezziamo l'arte.
Clelia La Gioia ha voluto esprimere questo processo e farne mostra a chi abbia voglia di aiutarla a completare la sua opera.
Non vi è richiesto niente di particolare. Basta uno sguardo e fate già molto>.(Pubblicato il 04-08-2011 su "LA PROVINCIA -LATINA")
